Coltivare e nutrire una marca è
un processo costante.
Richiede un continuo sforzo per capire e interpretare lo
spirito del tempo e per evolvere di conseguenza, mantenendo così un percepito reale
del brand che genera valore per l’impresa.
Se da un lato le aziende stanno
capendo che la sostenibilità è un nuovo modo di fare business per continuare a
prosperare nel tempo, per la marca è un’occasione per riallineare i valori di
riferimento con i propri interlocutori che, come numerose ricerche confermano, danno
sempre più valore, emotivo ed economico, al benessere personale, sociale e
ambientale, attraverso scelte di consumo e stili di vita più consapevoli.
Una marca
crea valore per l’impresa generando domanda, riducendo il rischio e
contribuendo alla sua reputazione.
Un programma di sostenibilità che sia
consistente con il posizionamento di marca crea quindi valore per l’impresa e
per il brand. Più
un’azienda è in grado di valorizzare con i mercati finanziari e con tutti i
suoi stakeholder il percorso di sostenibilità intrapreso, minore è il rischio
associato a quell’impresa e maggiore è la sua reputazione.
Anche le marche stesse
rappresentano un rischio – opportunità per l’impresa con il proprio percepito e
la relazione che riescono a stabilire e mantenere con i clienti. La
sostenibilità offre alla marca l’opportunità per accrescere la rilevanza presso
i consumatori, per differenziarsi dalla concorrenza e una piattaforma su cui
sviluppare campagne di comunicazione. Potremmo
anche riconoscere alle marche il potere di contribuire a cambiare il mondo. Creare
prodotti e servizi rilevanti per il nuovo consumatore, aiutandolo a vivere in
modo maggiormente sostenibile, significa assumere un senso sociale, offrire un’influenza
positiva e al contempo accrescere la domanda generando valore per la marca.
Qualcuno lo
definisce un futuro “post brand”. Altri, il nuovo futuro delle marche.
La prima
cosa importante per una marca che voglia riposizionarsi in chiave sostenibile è
capire quale sia la principale issue del proprio settore.
Quanto sia rilevante
per l’impresa e per la marca, quale il percorso da intraprendere per trasformarla
in chiave sostenibile, quale sia il rischio reputazionale nel non farlo nonché
la mancata opportunità. In ogni
issue si cela un’opportunità.
Il secondo passo è sviluppare un proprio punto di
vista sugli elementi della sostenibilità che siano rilevanti per la marca e per
i suoi interlocutori.
La sostenibilità diventa
quindi un’occasione per offrire e condividere un nuovo e diverso punto di vista
del mondo. È il caso di General Electric,
Patagonia,
Timberland e, infine, Interface.
Interface Flor, la moquette ecologica.
All’inizio
degli anni ’90, in tempi non sospetti, Roy Anderson decise per la sua azienda
un obiettivo ambizioso, diventare entro un orizzonte temporale non troppo
lontano a impatto zero.
Da allora, ha ridotto di oltre il 70% le emissioni di
CO2, dell’80% il consumo dell’acqua e di oltre il 40% quello dell’energia. Con
un risparmio di 400 milioni di dollari.
Conta un giro d’affari di oltre un
miliardo di dollari, ma la cosa più rilevante è la fucina di innovazioni che ha
prodotto in questi anni, lanciando 7 milioni di mq. di nuovi prodotti. Una
delle chiavi del successo è il network che l’azienda ha coinvolto in un
percorso che non avrebbe potuto fare da sola: da un lato il Green Building Council
– l’associazione per la cultura dell’edilizia sostenible - gli architetti e i
fornitori, dall’altra il consumatore sensibilizzato e aiutato a restituire i
vecchi prodotti per poter essere utilizzati come “cibo” per quelli nuovi.
Tra i
principali partner di Interface spicca l’italiana Aquafil, leader europeo nella
produzione di filo per pavimentazione tessile che anch’essa a partire dal 2007 ha
voluto reimpostare la propria politica aziendale, mettendo al centro la
soddisfazione dei bisogni delle generazioni future. Ha così incentrato la
propria produzione sulla realizzazione di prodotti a base di Poliammide 6,
puntando sul riciclo sia dei materiali di scarto industriali, sia dei prodotti
già usati dai consumatori, altrimenti destinati a rifiuto. Un progetto che ha
attirato l’interesse e il finanziamento di un fondo inglese.
Timberland
Il marchio simbolo della scarpa e dell’abbigliamento outdoor. 5000
collaboratori e un fatturato di 1.5 miliardi di dollari. Un’azienda che dipende
da quanto sia attraente il suo brand per le persone che amano la vita all’aria
aperta. Un perfetto match per un serio programma di CSR in linea con il
posizionamento di marca : per gli amici dell’ambiente. Per affermarlo, Timberland
ha lanciato più che un programma, un movimento: gli “earthkeeper” per la
salvaguardia del pianeta.
Attraverso un blog ha aggregato e coinvolto oltre un milione di persone,
sostenitori e volontari, interni ed esterni all’azienda, in progetti di
riforestazione sul territorio a livello internazionale.
A fine 2009, in
occasione del summit di Copenhagen, gli earthkeeper si sono mobilitati con la
campagna “don’t tell us it can’t be done”, promossa via web, per mandare un
messaggio ai decisori affinché le cose cambino. L’impegno dell’azienda a proteggere il pianeta e a ridurre il proprio
impatto è oramai quotidiano e trasversale a tutte le funzioni e che si traduce
anche in trasparenza attraverso il report di sostenibilità e la “nutritional label”,
ovvero l’ìmpronta ecologica, che accompagna i propri capi.
Patagonia.
È la punta di diamante della responsabilità d’impresa. Tanto che schiere
di imprenditori e top manager di tutto il mondo consultano il suo fondatore
Yvon Chouinard e lo guardano incredulo. Entrare nell’azienda californiana
ricorda più una spiaggia di surf che la reception di Patagonia, un’impresa da
1200 collaboratori e 315 milioni di dollari di giro d’affari.
Un tabellone
aggiorna i dipendenti sulla situazione delle onde, per permettergli di andare a
fare surf durante l’orario di ufficio. E il surf ha ispirato il titolo del
libro Let my people go surfing.
Chouinard crede nella crescita naturale. Propone capi che durino nel
tempo e sprona i clienti a comprare solo l’indispensabile. Il suo obiettivo è
salvare la Terra. E questo guida tutte le attività e le scelte aziendali.
General Electric. Una delle più grandi conglomerate al mondo
con un giro d’affari di oltre 150 miliardi di dollari in sei aree di business,
da sempre più attenta ai profitti che alla responsabilità sociale. Gli anni
2000 però hanno richiesto una diversa considerazione: responsabilità uguale
business, che ha condotto a lanciare nel 2005
Ecoimagination, un’iniziativa
strategica per anticipare la domanda di efficienza energetica e di prodotti
amici dell’ambiente, guidando così la crescita. Ma anche una campagna di branding
e di comunicazione - tv, stampa e social media - evoluzione del precedente
“Imagination at Work”. Un business che in soli quattro anni è passato da 5 a 18
miliardi di dollari. E una
campagna che da un lato ha costruito la dimensione “green” nel brand GE, ma
dall’altra non ha risparmiato anche qualche critica. Il resto del business del
gigante americano è ancora nel mondo del carbone, del petrolio e della finanza.
(fonte: greenbean per GDO Week)